lunedì 3 marzo 2025

La speranza si chiama Padre

 


ABBA' PADRE

Riprendiamo il ciclo di incontri sulla speranza, tra l'altro si apre proprio la Quaresima la prossima settimana, quindi questa sera il titolo è: “Vivere la speranza nella prova”. La citazione del Vangelo è quella di Luca 23, 38-46, che ascolteremo anche nella settimana Santa e che ci introduce a questo tema: “C'era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei. Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». Ma l'altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male». E aggiunse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso». Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre de pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo spirò”.


Gesù si consegna al Padre

Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito. Per Gesù il Padre è tutto quello in cui spera, tutto ha il volto del Padre... Nelle tue mani consegno il mio spirito, Gesù non si consegna al dolore, né alla morte, consegna sé stesso al Padre. Ripone la sua speranza in Dio che chiama papà, abbà. A Lui ritorna, da Lui proviene, come è scritto nel prologo di Giovanni che il Verbo era Dio ed era presso Dio. Per Gesù, quindi, questo rapporto con il Padre è fin dall'inizio. Gesù finisce la sua vita dicendo, Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito, ma questo Padre è conosciuto fin dall'inizio, noi invece ci rivolgiamo sempre a Dio come qualcosa che è arrivato, a volte casualmente, dentro alla nostra vita. Ma c'è? Esiste? Mi posso fidare? Non è un'invenzione della Chiesa? Per Gesù, il Padre è fin dall'inizio, la fede si costruisce giorno per giorno, momento per momento. Non c'è qualcosa che è al di fuori del Padre, tutto è scritto nel Padre. La nostra vita cristiana non può essere una vita di famiglia, di lavoro, di relazioni, e poi viene la preghiera, Dio, la messa... ma è un tutt'uno. Dio Padre per Gesù entra in tutta la sua vita. È questo che dobbiamo comprendere perché, altrimenti, la nostra vita è sempre dissociata. Cioè c'è una parte di noi che va verso una direzione e poi c'è la vita di Cristo che mi tira dall'altra parte. Io e il Padre - dice Gesù - siamo una cosa sola, io faccio le cose che piacciono al Padre, senza del Padre non posso nulla. Allora anche noi dobbiamo chiederci, ma con questo Padre che rapporto ho? Gesù non si consegna al dolore, non si consegna alla morte, si consegna al Padre dal quale è venuto ed è parte di Lui. Già questo dovrebbe aprirci uno squarcio immenso di fiducia, di serenità, di speranza, cioè non sono nelle mani dei potenti di questo mondo. Da questa confidenza infinita nasce l'obbedienza che scaturisce dall'ascoltare, cioè faccio quello che piace a te, faccio quello che desideri tu, quello che per te è un bene lo è anche per me. L'obbedire diventa la massima manifestazione che l'altro è la cosa più importante. Il tuo bene vale più della mia vita, la tua volontà vale più della mia vita. Ecco perché Gesù offre la sua vita, dona la sua vita in questo modo al Padre. Questa docilità com'è diversa dalla nostra intraprendenza, della nostra autosufficienza, dal nostro voler sempre decidere noi di noi… Capite che siamo chiamati ad una altezza vertiginosa, ad una possibilità di entrare con la Santissima Trinità. Da qui nasce l'affidamento di Gesù che lo sosterrà e lo farà rialzare dalla sua prostrazione, dal suo dolore del Getsemani e che lo terrà appeso sulla croce fino in fondo. Questa consegna totale, Gesù la vuole offrire a noi. Da qui nasce la speranza. Gesù non è venuto a tenere questo regalo per sé, offre a noi questo rapporto con il Padre e con lui. Da qui nasce la speranza di vivere nel cuore di Dio, di essere scritto sul palmo delle mani del Padre. Il Padre gli ha risposto nell'intimo e Gesù depone la sua libertà, il suo amore, la sua obbedienza. Si rialza, e dopo questa lotta estenuante, che fa sanguinare, è capace di andare incontro alla sua passione. Quindi io resisto alla prova, non perché ho una forza sovrumana, non perché prendo chissà quanti farmaci per riuscire a sopportare, ma perché nell'intimo sono sostenuto dalla forza del Padre.

Davanti alla morte c’è la speranza

Gesù si sente figlio nonostante stia soffrendo. Ecco allora l'altro passaggio, cioè che davanti al dolore, a situazioni a volte disperanti, possiamo avere speranza. E non c'è più disperazione, ma c'è offerta, c'è consegna, c'è resa la speranza di Gesù che è basata anche sulla certezza di ritornare al Padre e di ritornare da dove è venuto, in quella comunione di amore per cui si è staccato ed ha preso, incarnandosi, la forma di bambino ed è venuto a abitare in mezzo agli uomini. Quindi noi sappiamo bene che il vero problema che toglie le ragioni alla nostra speranza è la morte... Davanti alla morte abbiamo paura del nulla, che non ci sia niente. Dopo dove andiamo a finire? Vale la pena vivere? Vale la pena soffrire? Vale la pena sopportare quello che ho sopportato? C'è un senso di rifiuto… Siamo stati creati nell'amore e questo chiede di continuare a vivere, chiede l'eternità… C'è una morte della carne, ma non moriamo più, perché l'amore non finisce, si apre all'eternità e abbiamo bisogno di pensare l'eternità, di pensare che questa vita scorra in un'altra più grande, scoprendo che scorre nell'amore. Allora la nostra speranza deve raggiungere questo vertice, non fermarsi solo davanti alla morte, ma dire che c'è un oltre che mi aspetta. Ecco perché la speranza nella vita eterna la comprendono soprattutto le persone semplici, perché si fidano. Le persone che sempre ragionano, che sono complicate, che vogliono sempre dire l'ultima parola, avranno sempre un gran tormento nel cuore e faranno fatica a credere, cioè a fidarsi, a riporre la propria vita in Gesù Cristo. San Paolo, nella lettera ai Romani, dice una cosa importantissima: “Io ritengo che le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che deve essere manifestata in noi”. Afferma che noi siamo stati salvati nella speranza. Ecco perché Gesù Cristo può sostenere la tribolazione, l'angoscia. Sembra una frase al passato, ma la speranza è sul futuro. Noi siamo stati salvati a una speranza certa, a un futuro. Quindi dobbiamo essere capaci di far sì che la speranza ci preceda, cammini davanti a noi e ci aiuti ad affrontare il giorno, le situazioni, la vita stessa, con quello sguardo che è già proiettato al cielo. Il cielo ci appartiene, quindi le tribolazioni del momento presente, sono tribolazioni che ci forgiano, ci purificano per per un'eternità. Ecco perché dobbiamo essere dei cristiani capaci di gioia perché le tribolazioni sono momentanee, ma la vita eterna è per sempre.

La testimonianza di una mamma

Era giusta l'intuizione di mons. Tonino Bello quando diceva, che la morte ha le ore contate: dalle dodici alle tre. La morte, le tribolazioni hanno le ore contate, e questo deve sostenere la nostra vita tutti i giorni, perché queste tre ore siano superate e si possa andare verso una speranza certa. La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che c'è stato dato. La speranza è un volto: Gesù Cristo. Allora vi leggo la testimonianza di una mamma, che lei stessa ha descritto in una Via Crucis, su cosa è accaduto a suo figlio di 9 anni, morto per leucemia. Questa è la testimonianza della mamma di Edoardo che ha commentato la stazione “Gesù appeso alla croce”. “L'immagine di Gesù appeso alla croce, inchiodato al legno, mi riporta alla memoria la sofferenza che ho visto negli occhi delle mamme nei reparti di pediatria e di onco-ematologia che rifletteva il dolore vissuto nella carne dai propri figli crocifissi su di un lettino. Dolore di cui non si trovava un senso. Anch'io ero tra quelle mamme, anch'io avevo un bimbo che soffriva: Edoardo, che alla fine è nato al cielo. Anch'io ho provato quel dolore che era quello di mio figlio, anche se per lui, inspiegabilmente, sembrava risultasse quasi più lieve sopportarlo, nonostante fosse umanamente atroce, fino al punto di offrirlo. Quando però le risorse umane stavano venendo a mancare, la Madonna è intervenuta e mi ha teso la mano tramite una persona che si è presentata come un Angelo, annunciandomi che c'era ancora speranza da riporre unicamente nella fede. E il mio cuore si è aperto all'intervento del Signore che ha fatto intraprendere a tutta la famiglia un cammino di conversione, un cambiamento di prospettiva di vita verso Gesù, accompagnati da Maria. Abbiamo sperimentato così la potenza della preghiera e dei sacramenti come unica fonte per attingere la forza e vivere di speranza, affrontando quanto avveniva con sorprendenti interventi della provvidenza. Il miracolo della guarigione alla fine non è avvenuto. Edo non è sceso dalla croce, ma non è rimasto inchiodato, ha seguito Gesù. Appena prima di quel momento Edo si trovava in una sorte di dormiveglia, attorniato da noi familiari, quando inaspettatamente, come se si ridestasse, volgendo lo sguardo verso l'alto, affermava: “ma è un miracolo…”. E poi, serenamente, si adagiò disteso sul suo lettino, sorridendo. Edo era nato al cielo, ma contemporaneamente lo sentivo vivo nel mio cuore. Non avevo percepito lo strappo terreno, avevo ricevuto la grazia di accogliere la volontà del Signore non subendola, ma lasciandomi avvolgere dal suo amore in totale affidamento, come su ali d'aquila avevamo accompagnato Edo alle soglie del paradiso e sono certa che la mamma celeste era venuta ad accoglierlo insieme ai santi arcangeli nel giorno della loro festa, il 29 settembre, per portarlo a Gesù. Questa esperienza di croce ci ha disvelato, per grazia, ciò che va oltre la morte, rendendo percettibile l'esistenza della vita eterna del paradiso a cui tutti possiamo tendere grazie al sacrificio di Gesù, di questo non possiamo che rendere grazie al Signore”.

La speranza nei nostri cuori

Questo è il passaggio che è per tutti, perché Gesù è venuto proprio per questo, affinché non siamo imprigionati nella morte, nella nostra disperazione, nel nostro non senso… Gesù è venuto a portarci ad offrirci questo passaggio che, come è stato per lui, lo è anche per noi. Non ci consegniamo né al dolore né alla morte, ma alle braccia e all’amore del Padre, quindi Gesù è venuto a rivelarci e a suscitare la speranza nella vita eterna, già da esso, ricompone il nostro sguardo. Quindi, davvero, per imparare a vivere dobbiamo già avere lo sguardo rivolto al cielo, il pensiero rivolto al cielo, il cuore rivolto al cielo. Ecco perché la prima lettera di Pietro dice: “Adorate il signore Gesù Cristo nei vostri cuori, sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”. Ma la speranza nasce da questa adorazione, da questa visione, da questo mangiare il corpo di Cristo e adorare il suo corpo. La speranza che è stata riversata nei nostri cuori, vedete come ritornano le parole di San Paolo, di San Pietro... La speranza è stata riversata nei nostri cuori. Allora è da lì che dobbiamo cambiare lo sguardo nel cuore. E la speranza ci permette di scoprire che c'è un oltre, che niente e nessuno può fermare, nemmeno la morte. Se in noi nasce la fede in Cristo, cresce immancabilmente la speranza, perché chi crede in Cristo, inizia a vivere la vita eterna con lui. Le sofferenze, associate alla nostra miseria, al nostro peccato e al male che sempre ci circonda, non possono prendere della speranza e dell'essere abitati da Cristo. Chissà perché i santi e tante persone, che vivono questo, hanno occhi luminosi? Se gli occhi sono l'espressione del cuore, si capisce che loro, nonostante il corpo va in disfacimento, in realtà hanno Cristo dentro e niente può distruggere questo. E allora la vita eterna - scrive romano Guardini - è questo essere rivolto uno verso l'altro del Padre e del Figlio. Non è solo conoscenza intellettuale, è quell'amore in cui ognuno è tutto nell'altro, e questo, in virtù dello Spirito Santo, è possibile anche per noi. Quindi l'eternità è entrare in questo spazio tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Noi siamo stati chiamati a entrare lì... Chi capisce non si consegna né al dolore né alla morte, ma si consegna al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. Io entro in quell'amore concreto. Solo l'amore di Dio mi permette di vivere in questa vita e di non sprecarla, perché cerchiamo la felicità terrena, il qui e il subito. Anche Sant'Agostino diceva che tutti vogliono la vita beata, la felicità. Non sappiamo bene che cosa sia e come sia, ma ci sentiamo attratti verso di essa. È questa una speranza universale, l'espressione vita eterna vorrebbe dare un nome a questa attesa insopprimibile. Una pienezza di vita e di gioia. È questo che speriamo e attendiamo dal nostro essere con Cristo. Siamo nati per essere nella gioia, ma la gioia vera è avere Cristo. Capite perché c'è tanta tristezza? Abbiamo messo fuori Cristo. L'abbiamo lasciato in silenzio, in disparte, e siamo disperati perché la gioia nasce da questo rapporto.


I due ladroni

E allora riprendiamo il Vangelo di Luca che inizia con i due ladroni, dove uno dice, "non sei tu il Cristo salva te stesso e noi", l'altro invece dice "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno". Gesù si offre a tutti e due i ladroni, si offre a noi tutti, non fa preferenze. Ma perché alcuni hanno il cuore che scoppia, altri no? Perché San Filippo Neri quando celebrava l'eucaristia saliva verso l’alto? Perché Santa Teresa d'Avila aveva la cicatrice sul cuore? Loro di più, noi di meno? Gesù si offre a tutti esattamente in ugual modo, dipende da come riusciamo a contenerlo, dipende da come riusciamo ad ascoltarlo, dipende da come riusciamo ad accoglierlo, a permettergli di vivere in noi. Il cattivo ladrone ha le stesse possibilità del buon ladrone. Gesù si offre a uno e all'altro, solo che il cattivo ladrone non gli chiede la vita eterna, gli chiede di scendere dalla croce. Gesù, gli chiede adesso, subito… Capite? Il passaggio del piccolo Edo non è stata la guarigione, scendere dalla croce è stato incontrare Gesù, mentre noi siamo incancreniti su quello, noi vogliamo che Dio si adegui alla nostra piccola speranza: “Fammi scendere dalla croce, fammi finire questa malattia, fammi andare bene questa cosa...”. Stiamo chiedendo delle cose, un cambiamento di situazioni. Il problema è lì, e noi assomigliamo tanto al cattivo ladrone. Ci viene offerto Gesù Cristo e noi invece vogliamo scendere dalla croce. L’altro ladrone ci è arrivato nelle stesse condizioni del suo amico, anche lui un poveraccio. ma ha guardato negli occhi Gesù e gli ha detto, sostanzialmente, quello che è tuo dallo anche a me, tu sei re, il tuo Regno non è di questo mondo, offrilo anche a me, ci arrivo male, ci arrivo tutto piagato tutto storto, ma quello che è tuo dallo anche a me. E Gesù Gli dice, oggi, adesso, subito, sarai con me in paradiso. Questo è il vero miracolo che, se comprendiamo Cristo, egli dà una svolta alla nostra vita. Noi vogliamo vedere, toccare, provare e poi dopo un segno ne vogliamo un altro, e un altro ancora… Non siamo mai stanchi di mettere alla prova Gesù Cristo, non siamo mai stanchi di vedere che Lui è lì e come un mendicante sta aspettando semplicemente il nostro sì.

Perdersi e nuotare nell’amore

Perché abbiamo paura di morire se la vita eterna è questa? Perché abbiamo paura di essere presi dentro all'amore e di perderci in esso. Abbiamo un grande bisogno di amore, di amare e di essere amati, ma poi quando ci viene proposto, scappiamo via... Il buon ladrone era inchiodato, non poteva andare da nessuna parte, ma non voleva neanche più andare da nessuna parte. Gli bastava vedere quegli occhi e quel volto. E chissà perché nella nostra vita andiamo a destra, a sinistra, sopra e sotto? Poi a causa di una malattia, causa di una situazione difficile e sofferta, cominciamo a rientrare in noi stessi e vedere che c'era qualcuno che ci aspettava, che non ci ha mai lasciato, che non ci ha mai abbandonato. Questo qualcuno è Gesù che ci offre per l'ennesima volta la salvezza, che ci offre sé stesso. Ci dà la vita vera che è perdersi e nuotare nell'amore. Se voglio fino all'ultimo che vinca il mio io, allora sarà la morte oppure sarà: “Voglio venire con te, voglio perdermi e nuotare nell'amore”. Sono parole di una prostituta. Capite perché loro ci passano davanti nel Regno dei cieli? Perché hanno perso tutto. Perdersi e nuotare nell'amore: questo è proposto a tutti. Amen.

Meditazione di Madre Emmanuel 1.03.2025



venerdì 3 gennaio 2025

1 gennaio - Santa Madre di Dio

 


Documentario Rai, Giubileo 2025, nel monastero di San Raimondo



Il documentario Rai, girato nel monastero benedettino di San Raimondo a Piacenza per il Giubileo 2025, racconta la vita delle 17 suore di clausura, alcune giovanissime, che vivono in questo luogo.Il video, realizzato dalla giornalista Costanza Miriano, racconta la vita delle monache che si svegliano per pregare mentre la città dorme. La presenza delle suore, sul corso Vittorio Emanuele, permette a chiunque di accedere alla loro preghiera e ricevere conforto e sostegno.

Tese ad ogni persona
“Vivono in clausura nel cuore di Piacenza - dice nel video la giornalista - per essere le mani di Cristo tese a ogni persona. Nel monastero benedettino di San Raimondo si alzano alle 4:30, quando la Chiesa apre è ancora buio, ma c'è ogni mattina qualcuno che entra, abitante o forestiero, è pur sempre un pellegrino. Arriva in sella alla sua bicicletta, il primo ad entrare per una preghiera è una guardia giurata che sta per iniziare il proprio turno di lavoro…”.

Il deserto della città
“I primi monaci - afferma la badessa, Madre Emmanuel Corradini - fuggivano dalla città e andavano nel deserto e le persone, quando avevano bisogno, andavano da loro per ricevere una parola, una speranza, un senso alla loro vita. Ora probabilmente è la città che è diventata un deserto, quindi essere nel cuore della città vuol dire permettere a chiunque di venire, di ricevere quel bicchiere d'acqua, quel po’ di risorsa che gli permette di camminare lungo le strade, di andare a lavorare, di portarsi con sé, appunto, la vita di Cristo, la preghiera”.

Partendo dal cuore
Madre Emmanuel, un medico infettivologo che ha lasciato l'ospedale per entrare in clausura, è arrivata a San Raimondo qualche anno fa con Suor Maria Martina, dal monastero di San Giulio del lago d’Orta. Il vescovo desiderava che si occupassero di 9 suore anziane e non più in grado di prendersi cura di sé e del monastero. “Queste due donne - dice Costanza Miriano - piccole e magre, ma piene di energia, hanno tolto rovi, piantato, pulito, svuotato e ricostruito e riportato alla vita prima l'edificio e poi la comunità, sempre partendo dal cuore”.

Immerse nella preghiera
Poi c’è Suor Maria Elisabetta che gestisce la dispensa per i poveri, trasmettendo l'amore per Dio attraverso anche la realizzazione di oggetti sacri per le case delle persone.
“La preghiera è in relazione con Gesù - dice madre Corradini - la preghiera è Gesù, credere e far capire all'uomo che non ci sono due strade diverse. Non c'è la vita personale e la vita di preghiera, ma la vita di Cristo entra nella vita personale e diventa un'unica strada. Qualsiasi lavoro tu compia, qualsiasi azione e tu compia, qualsiasi sofferenza tu debba portare, tu sei nella preghiera di Cristo”.

mercoledì 11 dicembre 2024

E' possibile vivere con speranza

 


La speranza è Qualcuno




“Piantare, costruire, aver cura della vita, dare ragione della speranza che hai”: è una delle significative frasi pronunciate, il 7 dicembre, da Madre Emmanuel Corradini, badessa del convento di San Raimondo, nell’omonima chiesa a Piacenza, nella sua meditazione: "La speranza è Qualcuno". Con intensità e delicatezza, che hanno catturato l'attenzione di tutti i presenti, la Madre ha parlato dell'incarnazione di Gesù e della grande donazione rappresentata dalla sua presenza nella storia umana.

Ci è stato dato un Figlio
In questo tempo di Avvento, Madre Emmanuel ha ricordato le parole del profeta Isaia, sottolineando che un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. È proprio in Gesù che troviamo la sorgente della nostra speranza, il vero significato del Natale e della salvezza offerta a tutti.
Riprendendo le parole di Dostoevskij, la Madre ha evidenziato il valore e la profondità dell'amore autentico, che si conquista giorno dopo giorno con impegno e dedizione costante. Ha evidenziato il fatto che noi cristiani siamo chiamati a dare di più, poiché abbiamo ricevuto di più, abbiamo ricevuto Cristo stesso come dono prezioso. Nel corso della sua meditazione, Madre Emmanuel ha citato anche Sammy Basso, il giovane malato di progeria, morto da poco, che ha lasciato un'impronta indelebile di speranza attraverso la sua vita. Ha raccontato poi la storia straordinaria di alcune suore trappiste italiane che, nonostante le avversità come la pandemia, il terremoto ed ora ancora la guerra, hanno scelto di stabilirsi ad Azer, in Siria, per portare avanti il loro servizio e diffondere la pace.

Stare dove il Signore ti pone
Il monastero abitato da queste coraggiose suore è dedicato a Maria, fonte della pace, e rappresenta un piccolo segno di speranza che rimanda a una grande Presenza. Queste religiose hanno abbracciato la missione di tener viva la fede in una terra segnata da conflitti e sofferenza, dimostrando con il loro esempio che la speranza e la fede possono illuminare anche i momenti più bui. Sono arrivate lì nel 2005, provenendo dal monastero cistercense di Valserena (Pisa) per raccogliere l’eredità dei confratelli di Tibhirine, rapiti e uccisi nel 1996 in Algeria, e tenere vivo il carisma cistercense in terra araba. Madre Emmanuel ha detto che, secondo la stabilità della regola di San Benedetto, le suore trappiste vivono la terra, la storia, del popolo siriano. “In un luogo dilaniato da conflitti - ha affermato la Madre - credono che lo Spirito Santo lavora, e non c’è mai solo il buio… Questa è la speranza: stare dove il Signore ti pone, senza fare cose straordinarie, ma vivendo con Lui”.

Fissare lo sguardo su Gesù
Madre Emmanuel ha concluso la sua meditazione con la frase: "Chi fissa lo sguardo su Gesù, riconoscendolo come colui che rimane ed è presente nella salvezza di tutti, è una persona di speranza". Con queste parole incisive e cariche di significato, ha invitato tutti i presenti a custodire nella propria vita la fiamma luminosa della speranza, affidandosi al dono prezioso di Cristo, che è motivo di gioia e salvezza eterna.